Improvvisazione Musicale e Cervello

Nel mese di Aprile si celebra il Jazz Appreciation Month (J.A.M.), un mese folto di iniziative di settore in tutto il mondo che culmina il 30 di Aprile nell’International Jazz Day, ufficialmente proclamato tale dall’UNESCO nel 2011, con l’intento di evidenziare il ruolo diplomatico di unione e connessione sociale che il Jazz riesce a ricoprire in ogni angolo del mondo.

Anche Livorno si è mostrata all’altezza dell’iniziativa ed è riuscita, attraverso l’ammirevole lavoro di individui e associazioni cittadine, a proporre un calendario di eventi Jazz nel corso di tutto il mese.

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Banner degli eventi di aprile 2016 del Comitato Unesco Jazz Day Livorno

Vorrei quindi celebrare a modo mio questa bellissima ricorrenza dedicando questo articolo ad un caposaldo della musica Jazz: l’improvvisazione, la quale a ben vedere ricade all’interno della più ampia branca del comportamento creativo spontaneo.
Sul piano tecnico e professionale nessun cultore della materia mette in dubbio l’importanza che l’improvvisazione riveste nell’arricchimento di un’opera artistica, e su un piano molto più emozionale e naïf non lo fa neanche l’individuo profano, sprovvisto di competenze specifiche, in quanto l’impatto dell’improvvisazione lo si riesce infatti a “sentire” più che a “capire”: si prenda ad esempio il teatro e il Metodo di Lee Strasberg, così come il celeberrimo Sistema di Konstantin Stanislavskij; si pensi anche al modo in cui Andy Warhol confezionava alcune sue opere d’arte, uscite da un’intuizione del momento, come nel caso delle sue famose “Timeboxes”.

In realtà l’improvvisazione pervade l’arte tutta, ma nel Jazz assume addirittura un ruolo di primissimo piano, vero e proprio marchio distintivo di questo macrogenere musicale.

 

L’improvvisazione in musica è, a detta di wikipedia, un’attività estemporanea durante la quale gli esecutori producono materiale sonoro senza seguire uno spartito, sia esso formale o informale. Essa può essere libera, cioè priva di qualsiasi regola, o su schema, cioè eseguita sulla base di regole aventi un certo grado di determinazione. L’improvvisazione Jazz è un tipico esempio di improvvisazione su schema, in cui gli esecutori fissano, in modo esplicito o tacito, determinate regole strutturali: tipicamente gli esecutori scelgono un brano standard come punto di partenza, e su questo brano elaborano sul momento variazioni melodiche o armoniche.
Ma sul piano neurofisiologico e cognitivo, cosa avviene quando si “accende” l’improvvisazione?
Sono stati effettuati alcuni studi osservando i substrati neurali con l’utilizzo della Risonanza Magnetica Funzionale per Immagini, una tecnica di imaging biomedico non invasiva che fornisce una mappa delle aree cerebrali funzionalmente eloquenti e che permette di individuare quali aree cerebrali si attivano durante l’esecuzione di un determinato compito, come ad esempio parlare, muovere una mano e, in questo caso, improvvisare.
I risultati che emergono vertono verso una visione davvero peculiare dell’attività cerebrale che si espleta durante questo processo, che vede l’improvvisazione come una prototipica forma di comportamento creativo spontaneo generato dalla combinazione di processi mentali ordinari. In uno studio nel quale sono stati messi a confronto compiti di improvvisazione, su una base ritmico-melodica Jazz e su una semplice scala in Do maggiore, e compiti di riproduzione di pezzi già memorizzati e studiati, è emerso che il compito di improvvisazione, sia per i pezzi Jazz che per l’improvvisazione su scala semplice, era correlato all’attivazione e disattivazione di specifiche aree cerebrali in un quadro coerente di attività globale: risalta in particolare il pattern dissociato ravvisabile nella corteccia prefrontale con l’attivazione, durante l’improvvisazione, della corteccia mediale prefrontale, una regione implicata nella definizione di sé e nell’organizzazione di comportamenti intrinsecamente motivati, autogenerati, e indipendenti da stimoli specifici, e la contemporanea disattivazione delle regioni prefrontali laterali, responsabili del monitoraggio di comportamenti diretti allo scopo e all’inibizione di quelli valutati inadatti, in relazione alle richieste sociali, e dell’aggiustamento in itinere delle sequenze comportamentali che richiedono il mantenimento di tali informazioni nella memoria di lavoro, ad esempio durante un compito complesso di problem solving, automonitoraggio cosciente e attenzione focalizzata.
In parole povere sembra che l’improvvisazione si esplichi in presenza di un’attenzione fluttuante e defocalizzata che permette associazioni spontanee non pianificate e realizzazioni intuitive al di fuori della consapevolezza cosciente. Questo è coerente anche col processo di intuizione creativa che soggiace all’atto compositivo: è facile che un album o una registrazione che ci sembrano uguali a tutti i precedenti dello stesso artista siano stati composti in maniera poco guidata dalla spontaneità riassunta nel concetto di improvvisazione, mentre vere e proprie pietre miliari come “Kind Of Blue” o “A Love Supreme” sono permeate di intuizioni fondamentali e uniche, che solo una mente rilassata e connessa con se stessa riesce a partorire. In altre ricerche è stato trovato che l’attenzione focalizzata e l’automonitoraggio cosciente possono inibire la spontaneità e compromettere l’atto dell’improvvisazione durante una performance ma in ricerche più recenti questo è stato rivisto in un’ottica più complementare di connettività funzionale.
Altri dati neurofisiologici importanti riguardano la forte attivazione di tutti i distretti sensomotori, deputati all’elaborazione degli stimoli multimodali, non solo uditivo quindi, come se l’improvvisazione chiamasse a sé tutta l’esperienza sensoriale e motoria per poter al meglio servire le richieste creative disposte dal pattern dissociato della corteccia prefrontale.
Per finire, sono stati riscontrati indicatori di disattivazione di strutture limbiche fra i quali l’amigdala e l’ippocampo, anche in altre ricerche individuate come poco attive durante l’ascolto di musica soggettivamente piacevole per l’ascoltatore. Queste strutture sono anche collegate a stati emotivi a tonalità negativa come l’ansia, il che spiegherebbe la totale libertà e ispirazione che si osserva nel solista che improvvisa: chi mai direbbe che Charlie Parker provasse ansia durante i suoi mitici assoli?
Ricerche più recenti, che hanno allargato lo studio dell’improvvisazione anche ad altri ambiti, come nel freestyle rap, nella musica classica e anche in contesti non musicali, hanno evidenziato dati leggermente diversi dal precedente studio e particolarmente interessanti, ovvero una sostanziale attivazione di aree deputate al controllo motorio e cognitivo. Questi dati suggeriscono che un comportamento apparentemente non limitato da restrizioni, può effettivamente beneficiare della pianificazione motoria e del controllo cognitivo.

 

Dott. Dario Pappalardo

Beaty R.E. (2015) “The neuroscience of musical improvisation” Neuroscience Biobehavioural Review, 108-117.
Limb C.J., Braun A.R. (2008) “Neural Substrates of Spontaneous Musical Performance: An fMRI Study of Jazz Improvisation” Plos One, 1-9.
Schooler J.W., Melcher J. (1995) “The ineffability of insight”. In: Smith SM, Ward TB, Finke RA, eds. The Creative Cognition Approach. Cambridge: MIT Press. 97-133.
jazzday.com
wikipedia_improvvisazione.musica

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