L’effetto Dunning Kruger e la rabbia dell’intellet- tuale

L’effetto Dunning Kruger (l’incompetente che pensava di sapere) e la rabbia dell’intellettuale.

Vi avevo promesso il sequel della sindrome dell’impostore. E il sequel è la sua antitesi: l’incompetente che crede di sapere magistralmente individuato sperimentalmente da due ricercatori americani.

Vi è mai capitato di girare per i social network e vedere gente fare commenti sommari su campi molto complessi come la geopolitica, la psicologia o l’arte? Vi siete mai imbattuti in perfetti sconosciuti che commentano cose come “io non sono uno psicologo MA secondo me è impossibile che un gruppo di persone di un condominio che dalla finestra vede un criminale aggredire una persona per strada non intervenga per fermarlo…” “io non sono un economista MA secondo me la disuguaglianza si combatte dando lavoro a tutti…”, o anche cose come “secondo me la musica la possono fare tutti, è il sentimento che conta…”. Sono tutte frasi che nella migliore delle ipotesi sottostimano numerose variabili, conoscenze, contributi di letteratura a supporto di argomentazioni diverse.

Nel 1999 David Dunning e Justin Kruger, due ricercatori del dipartimento di psicologia della Cornell University, pubblicarono un articolo chiamato “Unskilled and Unaware of it: How Difficulties in recognizing One’s Own Incompetence Lead to Inflated Self-Assessment” (tra l’altro liberamente e gratuitamente disponibile in PDF online). I due ricercatori mostravano, attraverso una serie di studi, come le persone non preparate in un campo fossero d’altra parte convinte di essere più brave di quanto in realtà non fossero: le persone venivano sottoposte a test di vario tipo, dalla grammatica alla logica, e coloro che totalizzavano punteggi molto bassi erano in realtà convinti di aver ottenuto punteggi nella media o superiori. I due ricercatori trassero la conclusione che l’incompetenza in un settore impedisse anche una corretta valutazione delle proprie capacità (competenza metacognitiva). Non è un caso che, aumentando le loro competenze specifiche, ad esempio nella grammatica o nella logica, i partecipanti diventassero più capaci di riconoscere i limiti delle loro abilità.

Ben prima di Dunning e Kruger, a notare il curioso fenomeno erano stati giganti del calibro di Charles Darwin (“L’ignoranza genera fiducia più spesso della conoscenza”) e del premio Nobel per la letteratura Bertrand Russell (“Una delle cose più dolorose del nostro tempo è che coloro che hanno certezze sono stupidi, mentre quelli con immaginazione e comprensione sono pieni di dubbi e di indecisioni”). E bisogna dire che la denuncia di pressappochismo la troviamo spesso nelle parole di molti intellettuali. Un altro che non lesinava critiche al riguardo era Umberto Eco, e l’elenco potrebbe essere fittissimo, a testimonianza della sgradevolezza percepita dell’effetto Dunning Kruger fra la popolazione intellettuale o sedicente tale. Si può infatti arrivare ad osservare il fenomeno paradossale della persona convinta di sapere che disprezza coloro convinti di sapere, in un delirio di inconsapevolezza e superbia (“Hybris”, direbbero gli intellettuali).

D’altro canto la reazione di sgradevolezza intellettuale cosa può provocare?

Vari e differenziati effetti a seconda dell’interlocutore. Troveremo la persona che si rende conto dell’errore e si vergogna della superbia dimostrata (“che figura ho fatto!”), e questo sarebbe grasso che cola. Un ravvedimento del genere sarebbe, giusto per esagerare, accostabile alla conversione di Fra Cristoforo de “I promessi sposi”, o ancor di più, dell’Innominato! Sarebbe, in poche parole, un atto di coraggio che chiama a sé l’intenzionalità di cedere il passo, di ammettere di essere inferiori (in quello), di essersi sbagliati, di NON sapere, di NON potere. Non è una cosa da poco, e infatti non succede così spesso, anzi. Eppure la mia pratica clinica, ogni giorno di più mi mostra quanto sia terapeutico poter dire “ho sbagliato e posso farlo” come anche “lui ha sbagliato e può farlo, non è un mio problema ma se continua sarà un suo problema”

Ben più frequenti sono le successive reazioni:

accorgersi ma non ammetterlo: la persona crede di perdere del tutto la propria faccia se ammette pubblicamente l’errore, quindi decide per una via di mezzo. Mi accorgo e mi vergogno ma non lo do a vedere. Se mi vogliono cogliere in fallo dissimulo o, peggio, mi impermalosisco. Questa reazione è molto frequente , non solo nelle questioni intellettuali ma soprattutto in quelle sociali, e Dio (se esiste) solo sa quanti danni provoca. Fa arrabbiare ancor di più il critico e fa impermalosire il criticato. Si perdono molte amicizie e si irrigidiscono molti rapporti su tali prese di posizione.

Non accorgersi dell’errore: “poverino non ci arriva” è il minimo che un tale atteggiamento può provocare nel prossimo. Il massimo è un vero e proprio disprezzo verso l’inconsapevole con frasi come “è un deficiente” fino a picchi di autoriferita superiorità o riferita inferiorità “a certa gente dovrebbero togliere il diritto di voto” che hanno come effetto quello di creare sicuramente un conflitto interpersonale e, se va male, un odio unidirezionale o bidirezionale.

C’è una ricetta per tutto questo? No, non univoca, non definitiva. La mi’ nonna inanellerebbe una serie infinita di aforismi popolari che supererebbero per aulicità le suddette massime di Darwin e Russell. Qui di seguito un elenco non esaustivo in no particolar order:

“non ti mando in culo perché sono un signore”

“ci vole la ghigna come ‘r culo”

“io so dove vado. Voi lo sapete dove dovete andare?”

“la pazienza è la virtù dei santi”

“avete mangiato nei bussoli fino a ieri”

“c’è pieno di strònzoli”

 

Alla prossima puntata!

Dott. Dario Pappalardo

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