Ma le ‘onosci le poesie di Chionne? Il poeta del Castellaccio (parte prima)

Carlo Chionne nasce a Roma nel 1943. Nato come lettore, viene colpito da una malattia agli occhi, ma il suo amore per la Letteratura lo spingerà a scrivere. A lui è dedicata questa rubrica dove ogni mercoledì troverete alcune sue poesie.

Carlo, vuoi presentarti e dirci chi sei?

Sono il poeta del Castellaccio dove ogni tanto leggo il Boccaccio.

Ma anche Dante a dire il vero sotto le stelle di Montenero.
Il colle dove non ci si annoia, fonte e cagione di tutta gioia.
Dove la gente il lunario sbarca,
dove io leggo anche il Petrarca.
Per non parlare di Torquato Tasso,
dove io ho letto quasi ogni passo.
Ma quando leggo Ludovico Ariosto

Di tutti questo è il più bel posto.

La notte spesso ci faccio tardi, leggendo il Foscolo ed il Leopardi
che con il Pascoli ed il Carducci non sono mica dei poetucci.
Ma vivere meglio danno una mano
come D’Annunzio Guido Gozzano
e non ti sembri una cosa strana se a Pasolini alterno Campana.

Se nei momenti meno allegri leggo Pavese ed Ada Negri,
ma per scacciare la noia e il male leggo Quasimodo Luzzi e Montale;
insieme a quelli che ho sempre letti come Caproni Sala e Ungaretti.
E nella notte tacita e insonne a volte leggo anche
Carlo Chionne

Ma tu che tipo di poeta sei?

Sono un poeta contemporaneo.
A questo mondo mi sento estraneo.
Avrei voluto nascere prima,
quando andava di moda la rima.
Ora con il verso libero e sciolto
non è che io mi ci trovi molto.
Oddio è vero che se ci penso,
anche io mi illumino un po di immenso,
ma non mi ci vedo chiuso in un orto.

A meriggiare pallido e assorto
o stare solo sul cuor della terra
mentre nel mondo continua la guerra
quelle sono bombe mica parole
e non restano trafitte da un raggio di sole.
Oggi dovunque leggo un divieto
la pioggia c’è ma non più nel pineto
la rondine al suo nido più non torna
e non cè più la cavallina storna;
che conosceva i suoi cenni e i suoi detti
ah, i cipressi che a Bolgheri alti e schietti.

Dov’è l’albero dal verde melograno
se non c’è più la pargoletta mano
la donzelletta viene ancor dalla campagna
con il mazzolin di fiori
e bada ben che non si bagna.
Oggi della poesia che cosa resta?
Forse la quiete dopo la tempesta.
Forse solo queste parole.

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole.
Anzi d’antico

ci vorrebbe un amico.
Ma dov’è l’ombra, or se la quercia spande,
siamo rimasti tutti qui in mutande;
è un miracolo ch’io sia ancora vivo
ora senza quercia senza ulivo.
Ora che persino il Papa il Vaticano stesso sgombra,
e del governo ormai c’è solo l’ombra.
Ma giuro che se sarò lasciato solo,
un giorno o l’altro anch’io andrò nel polo.
Son troppo amante del calore
e al polo preferisco l’equatore.
Per questo continuo il mio cammino,
perché essere poeta è il mio destino.

Ma tu come poeta ti senti più di questo secolo o nel secolo scorso?

Ho tanta nostalgia del novecento,
io nel duemila non mi ci sento.
Vorrei poter tornare all’anno zero,
vedere tutti i film in bianco e nero;
vedere gli uomini in carne ed ossa,
quando cantavano bandiera rossa;
quando con vece forte ed altera altri cantavano faccetta nera,
ma una fanciulla pallida e snella;
Tutti cantavano signorinella
quando la pioggia dal ciel cadeva;
cantavan tutti come pioveva.
Ah, che bei tempi erano quelli,
quando anche Eulalia la Torricelli;
a tutti quanti diceva sì,
senza spostarsi mai da Forlì.

La conoscete voi ha gli occhi belli.
Altre fanciulle lungo i viali,
cantavan sotto gialli fanali;
con voci rauche un poco sdrucciole,
noi siamo come le lucciole.
Quando Rosa tornava dal mercato,
si fermava a parlar con il curato;
i suoi capelli eran fili d’oro,
quando per tutti c’era il lavoro.
Son fili d’oro i tuoi capelli biondi e la boccuccia.
Alle ragazze dagli occhi blu, sotto la luce di una abat jour.

Molti ragazzi a tu per tu d’amor parlavan ma con Mariu.

Parlami d’amore Mariu,
e i giovanotti a una cert’ora addio cantavan.

Mia bella signora,
che alla sua bimba asciugando gli occhi,
solo profumi e non balocchi.
Chiedeva prima d’ogni commiato,
porgendo il tumido labbro al peccato.
Con fievole triste vocina,
mamma mormora la piccina.
E alla fine della canzone,
cantava ciascuno la sua illusione.
Però qualcuno si era già accorto,
che Maramao ormai era morto;
Maramao perché sei morto.

In quel tempo ora lontano,
ogni violino era zigano.
Suona solo per me.
Ogni chitarra era romana,
suona suona mia chitarra
quando La fiat era italiana.
E dopo Lenin c’è stao Mao, e anch’io
ho cantato o bella ciao.
Oggi ciascuno per conto suo,
vuole cantare neanche un duo.
Riesce più a fare;
è finito il coro,
non c’è piu intesa fra noi e loro.
In questo tempo globalizzato, anche il futuro ci hanno rubato.
In questo tempo così feroce,
la senti amore questa mia voce?

La senti questa voce?


Non mancate all’appuntamento di mercoledì prossimo dove continuerà la nostra intervista al poeta del Castellaccio.

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