Non aspettare i morti Andrea Pellegrini

Non aspettare i morti CliccaLivorno

 

Livornesi,

NON ASPETTATE I MORTI.

Non aspettate i morti per suonare perché suonare salva la vita e la salva veramente.
Non aspettate i morti per dare una mano e per sporcarvele, le mani.
Non aspettate i morti per riempire i teatri; non aspettate i morti per ascoltare i musicisti.
Non aspettate i morti per scoprire che nella vostra città ci sono dei fiumi e dei torrenti come in tutte le altre città e che ve l’hanno tenuto nascosto.
Non aspettate i morti per scoprire che l’acqua non può essere fermata, mai.
Non aspettate i morti per scoprire che nella casa accanto c’è una vecchietta magra e sola da vent’anni. In fondo alla strada ci stanno tre africani magri e forti più di tutti; sopra al tabaccaio ci sta uno che sa usare l’accetta; accanto alla chiesa c’è un tizio che parla 4 lingue e ha la pelle olivastra; sotto di lui abita un generale in pensione che ricorda quando i contadini pulivano gli argini senza sapere neanche perché: così, per poesia.
Non aspettate morti per scoprire che la poesia è vitale quanto l’acqua e l’aria.
Non aspettate i morti per capire che distruggere ogni giorno un pezzettino di città con un gesto arrogante, una violazione in più, una dimostrazione in più di quella sottile violenza squadrista che serpeggia da sempre per le strade di Livorno puo’ uccidere, uccidere veramente.
Non aspettate i morti per rendervi conto di quanto stupida è la vostra casa e di quanto il vostro quotidiano è basato sul niente ipertecnologico; non aspettate i morti per capire come una casa deve essere orientata, costruita e mantenuta; non aspettare i morti per capire quando un muro si può chiamare muro, una casa si può chiamare casa, o per scoprire la colossale, astronomica, immane importanza di quegli strani cosi marroni con dei cosini verdi in cima che si chiamano alberi.
Non aspettate i morti per cominciare a capire il linguaggio del mare, voi che vi dite gente di mare e invece o dormite o sbraitate. Non aspettate i morti per capire i colori del mare, i movimenti del mare, gli odori, le parole del mare: può salvarvi la vita.
Non aspettate i morti per cominciare a imparare le sacre regole della strada. Camminare e’ sacro. La bici è sacra, la strada è sacra, il motore è sacro. Spostarsi e’ come pregare, camminare e’ come pregare. Anzi è il pregare che viene dal camminare.
Non aspettate i morti per amare la vostra terra : proprio questa, questa polvere grigia, questi spruzzi sul lungomare, i cinghiali e il tasso, e queste meravigliose righe bianche della mezzeria, e questi strani segni bianchi scritti in terra che significano ora “vai” ora “aspetta” ora “sono con te”; o “ci sono già passato, io, da qui, e mi ricordo che la curva era stretta e che se rallenti puoi dare un’occhiata al mare”. A questo servono i cartelli. Non aspettate i morti per rispettarli: eroi solitari, espressionisti d’acciaio, può piovere o tirare il Libeccio a 200 all’ora ma loro non si spostano, restano lì e ripetono vai oppure aspetta oppure sono con te oppure ci sono già passato la curva era stretta e si può vedere il mare oppure rallenta acciderba e ricordati di respirare.
E fate piano, maremma cignala, fate piano! Che sprecate un sacco di energie e intanto vi fanno fessi da sempre, vi spappolano la terra, vi cambiano il sapore del mare, vi rubano l’acqua e l’aria e voi sempre a urlare e correre senza ricordare neanche dove, non vi accorgete di niente e poi scoprite i morti.
Non aspettate i morti per rispettare le regole, queste strane filastrocche senza rima, spesso numerate come il segreto di una ricetta, questi arcani misteriosi come proverbi in antiche lingue ormai andate perdute, perché le regole sono come il mare e possono salvarti la vita e chi va per mare lo sa, o meglio lo sa chi va per mare veramente.
Non aspettate i morti per giudicare i vostri capi perché giudicare i capi è sacro, come è sacro fare il capo.
Non aspettate i morti per svegliarvi.
Non aspettate i morti per aprire gli occhi.
Loro non vi aspettano.

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