Premio Ciampi 2016, Debora Petrina

Petrina è una compositrice, cantante, polistrumentista e performer italiana con una carriera molto variegata, in Italia e all’estero, che va dall’art-rock al pop, dalla musica classica alla perfomance.

‘Debora Petrina è una delle artiste più originali emerse nell’ultimo decennio. Multipla e capace di moltiplicare l’arte” (Paolo Fresu)
”ogni traccia è vincente, il che dimostra come un’arte incredibile possa essere compiuta nell’arena della canzone pop” (Jon Davis, Exposé Magazine-Seattle)
”una raccolta dalla coolness tutta newyorkese, tra Laurie Anderson e i Talking Heads, che la conferma tra i musicisti più talentuosi del circuito off italiano”
(Rockerilla)”il sound irruente, poderoso e potente di una Kate Bush in versione grunge” (Classic Rock)
”un cantautorato rock che fa pensare a Fiona Apple, atmosfere epiche di stampo prog, mood rockeggianti, andamenti new wave, un riff praticamente metal. La differenza con Petrina è che le sue diverse anime non hanno difficoltà a coesistere, al punto che non ce n’è una predominante. E sono tutte ugualmente efficaci” (Blow Up)
”Paper Debris è il pezzo che Tori Amos sta disperatamente cercando di sfornare negli ultimi anni. Guardare oltre, ascoltare con orecchie aperte” (Il Mucchio)
”Non una mera raccolta di canzoni ma un punto di vista sulle musiche di oggi e di ieri, la cui forza sta proprio nella fusione di elementi differenti. Immediato, denso e nel contempo semplice” (disco del mese per SentireAscoltare)

 

BE BLIND è il nuovo album di Petrina, uscito il 29 aprile per AlaBianca e distribuito da Warner.

L’album arriva dopo l’eponimo ”PETRINA” (AlaBianca/Warner, 2013) e dopo ”ROSES OF THE DAY” (Tuk Music, 2015) un album di ricomposizioni pubblicato da Paolo Fresu per l’inaugurazione della sua nuova etichetta dedicata alle voci, Tuk Voice: la title-traccia è la ricomposizione di un brano di John Cage, la cui partitura è pubblicata worldwide dagli stessi editori di Cage, le Edizioni Peters, con il doppio nome Cage/Petrina.

In BE BLIND Petrina mette a fuoco il suo percorso di autrice e compositrice orchestrando un’opera compatta e coesa in cui il genere pop-rock viene declinato in chiave del tutto personale, assemblando dentro di sé suggestioni della psichedelia, del funky, del prog, dell’elettronica, della musica classica e corale; un’opera intensa e inquieta, spesso dalle tinte scure, la cui forza espressiva sta nella fusione di ricerca e immediatezza, densità e semplicità.

BE BLIND è un’esortazione provocatoria ad essere ciechi nella comprensione di una realtà sempre più complessa, sia nelle relazioni personali mediate da strumenti/schermi/barriere, sia nella lettura confusa o distorta delle vicende politiche e sociali che determinano la nostra vita.

Ma è anche una possibile via di fuga, una cecità visionaria che permette di vedere al di là delle cose.

Cantante, pianista, compositrice e danzatrice/performer, Petrina costituisce un unicum nel panorama italiano, sintetizzando con classe visionaria un obliquo e sensuale cantautorato con le sperimentazioni del pop-rock, con l’elettronica, con la musica d’avanguardia e con il jazz.

Stimata da David Byrne, che ha spesso pubblicato i suoi brani nelle sue radio playlist di preferiti, Petrina ha ricomposto un brano di John Cage, la cui partitura è ora pubblicata worldwide dalle Edizioni Peters – gli editori di John Cage nonché di gran parte del repertorio classico e contemporaneo – con il doppio nome Cage/Petrina.

Quest’anno Petrina è stata invitata da Paolo Fresu a registrare il primo album di una collana per il 40esimo anniversario de L’Espresso/La Repubblica, assieme a Paolo Fresu stesso e altri musicisti da lui scelti, come Gianluca Petrella, Mirko Signorile, Bebo Ferra.

Sempre quest’anno è stata protagonista, assieme a Nicholas Isherwood, della nuova opera di Giovanni Mancuso, ”Il ritorno dei chironomidi” nel cartellone del Teatro La Fenice di Venezia.

Come pianista di musica contemporanea ha registrato negli Stati Uniti e in Europa album di inediti di Morton Feldman (OgreOgress) e Sylvano Bussotti (Stradivarius), suonando con lui stesso.

Ha collaborato con David Byrne, John Parish, Elliott Sharp, Jherek Bischoff, Mike Sarin, Nicholas Isherwood, Paolo Fresu, Mario Brunello, Sylvano Bussotti, Gianni Gebbia, Tiziano Scarpa, esibendosi a New York, San Francisco, Los Angeles, Seattle, Londra, Berlino, Colonia, Madrid, Strasburgo, Tokio e Osaka.

”Ho cominciato a scrivere questi brani come una reazione a tutto quello che si distorce, si corrompe, nelle relazioni fra le persone prima di tutto e nella capacità di leggere dietro alla superficie delle cose.

Mai come nell’epoca odierna, in cui abbiamo a disposizione tali e tanti mezzi di relazione e informazione, abbiamo vissuto un tale straordinario stordimento, un eccitamento continuo che ci acceca e ci asservisce.

Ci riteniamo all’apice di un progresso conoscitivo e ci sentiamo liberi di informarci in modo autonomo e di esprimerci liberamente; non riusciamo nemmeno ad accorgerci del grado di manipolazione che subiscono giorno dopo giorno non solo le nostre teste, ma ancor di più le nostre pance, né di quanto stiamo sacrificando della nostra natura umana: la conoscenza, l’autonomia di giudizio, la connessione profonda con l’altro, la libertà.

Il singolo di questo disco, ”Supercharged Machine”, è la rappresentazione di un’umanità sconfitta dalla sua stessa ansia di conoscenza: l’uomo che interroga senza sosta la macchina ha venduto l’anima al diavolo, come Faust, e in cambio avrà solo riposte contraddittorie, smarrimento ed amnesia; sarà condannato a ripetere per sempre gli stessi gesti vani, come Sisifo che continua a spingere in cima al monte un masso destinato a ricadere indietro.

In ”I Like” mi sono soffermata ad osservare i comportamenti indotti dai social media, quel senso di onnipotenza e di appagamento nel sentir risuonare la propria voce come davanti ad uno specchio, mentre ”The War You Don’t See” chiama esplicitamente in causa la situazione politico-sociale-economica del pianeta che non vediamo nella sua realtà terrificante e globale; una realtà cieca e violenta annidata nella natura dell’uomo ma non addomesticabile (”Wild Boar”), un annebbiamento che spezza abbracci (”Broken Embraces”, ispiratami dal film di Almodovar), interrompe comunicazioni (”Paper Debris – what remains of our conversations”) e svuota di senso le parole stesse (”Frog Song”).

Il povero matto dagli occhi strabici (”The Loony”), l’uomo ai margini, è forse l’unico, nella sua afasia, che riesce a vedere qualcosa oltre la superficie.

Un vero e proprio atto d’amore, come quello descritto due secoli fa dal poeta S.T.Coleridge, che scrisse il verso ”why love must needs be blind…”

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