Amici di lettura 4 Settembre

La differenza fra bullo e leader si intuisce a due anni

 

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Già una ventina di mesi di età i piccoli sanno distinguere tra un potere esercitato con la forza e una leadership legittima, basata sul reciproco rispetto. Lo rivela uno studio sperimentale effettuato all’Università di Trento, aggiungendo un nuovo importante tassello alle conoscenze sulla dominanza socialedi Folco Claudi

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Anche un bambino di neppure due anni ha una comprensione intuitiva di quello che distingue un leader da un bullo. È quanto emerge da uno studio pubblicato sui “Proceedings of the National Academy of Sciences” da Francesco Margoni e Luca Surian del Dipartimento di psicologia e scienze cognitive dell’Università di Trento, in collaborazione con Renée Baillargeon dell’Università dell’Illinois, negli Stati Uniti, documentando per la prima volta un aspetto importante dell’acquisizione del concetto di dominanza sociale.

Sappiamo bene che esistono almeno due diversi modi di prevalere sugli altri, ovvero due diverse forme di potere o di dominanza sociale”, ha esordito Margoni. “La prima, più semplice, prevede l’uso della forza fisica o l’intimidazione, mentre la seconda è una forma più complessa e regola di solito i nostri scambi sociali: è la leadership, in cui il subordinato rispetta l’autorità perché la ritiene legittima; se l’autorità è basata sulla paura, ci si aspetta che il soggetto obbedisca solo quando vi è costretto fisicamente, mentre nel secondo caso ci si attende un’obbedienza spontanea”.

 

Finora non esistevano indicazioni sperimentali precise sull’epoca dell’infanzia in cui si sviluppa la capacità di distinguere tra queste due forme di autorità. L’ipotesi di Margoni e colleghi era che essa potesse emergere già nella prima infanzia, cioè prima di quanto comunemente accettato tra gli psicologi dell’età evolutiva. Per verificare questa ipotesi, i ricercatori hanno coinvolto alcuni bimbi di circa 21 mesi di età in una serie di test sperimentali effettuati nei laboratori del dipartimento a Rovereto, vicino a Trento, e dell’Università dell’Illinois.

Dato che non sono in grado di rispondere alle domande dirette, per esaminare bambini così piccoli si usa di solito il metodo della violazione dell’aspettativa, che parte dall’assunto che la mente del bambino, come quella dell’adulto, crei attivamente supposizioni su come funziona il mondo”, ha continuato Margoni. “Quando ciò che si vede non corrisponde a queste aspettative, c’è una reazione di sorpresa, che può essere rilevata grazie al fatto che il bambino sorpreso guarda la scena per un tempo più lungo rispetto al tempo dedicato all’osservazione di eventi in linea con le sue aspettative”.

Nei test in questo ambito di ricerca si mostrano ai bambini filmati adatti alla loro capacità di comprensione, di solito cartoni animati, e si misura il tempo che i piccoli passano a osservare una scena presumibilmente in grado di violare le loro aspettative di comportamento. Nel caso specifico, ai bambini sono stati mostrati cartoni animati in cui dei personaggi stilizzati rappresentavano un gruppo di soggetti alle prese con una figura dominante, un bullo oppure un leader legittimato.

 

Nel primo caso, la figura dominante si fa consegnare una palla dal gruppo sotto la minaccia di un bastone, mentre nel secondo caso il gruppo consegna la palla in una situazione in cui è evidente il reciproco rispetto”, ha spiegato Surian. “In una fase successiva, il cartone animato mostra, alternativamente, il bullo e il leader che comandano al gruppo di andare a nanna ed escono successivamente dalla stanza; mentre le figure subordinate obbediscono in un primo momento”.

I risultati mostrano che i bambini si aspettano che i personaggi subordinati obbediscano al leader anche in sua assenza, quando esce dalla scena, ma non hanno questa aspettativa nel caso del bullo. Da un’ulteriore condizione sperimentale si deduce che i bambini si aspettano obbedienza al bullo solamente quando rimane presente sulla scena, e può così intimidire i subordinati.

Gli studi in questo campo sono partiti solo pochi anni fa e finora hanno dimostrato che i bambini di questa età hanno già un concetto di dominanza: si aspettano per esempio che sia la figura di maggiori dimensioni o il gruppo più numeroso a prevalere in un contenzioso, ma i nostri risultati dimostrano per la prima volta che sanno distinguere anche la qualità della dominanza”, hanno sottolineato gli autori dello studio.

A questo punto è lecito chiedersi se il risultato possa avere qualche tipo di ricaduta sociale, considerata l’attenzione attuale al contenimento dei fenomeni di bullismo tra bambini e adolescenti.

Bisogna avere i piedi per terra quando si fanno questo tipo di considerazioni, perché qui stiamo parlando di una comprensione intuitiva della dominanza da parte dei bambini: il ruolo che questa comprensione ha sul comportamento è tutta un’altra questione, perché sappiamo che anche soggetti che conoscono la differenza tra il bene e il male possono poi delinquere; consideriamo poi che nei bambini molto piccoli manca l’autocontrollo, quindi non ci aspettiamo una conseguenza diretta da quanto emerso dallo studio”, ha risposto Margoni.

Il risultato – ha concluso il ricercatore – ha messo un tassello in più nella ricerca sulle basi della nostra comprensione morale: ci ha permesso di capire che i bambini hanno una certa aspettativa su ciò che dovrebbero fare i subordinati; rimangono aperte chiaramente diverse questioni, per esempio, sulle aspettative dei bambini su quello che dovrebbe fare un leader legittimo; quando avremo chiarito con ulteriori studi anche questi aspetti, potremo forse ipotizzare che nella natura umana esista qualcosa che possiamo chiamare principio di autorità e che fa parte della nostra comprensione morale fin dalla prima infanzia”.

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