Il diario di Anna Frank

Il diario di Anna Frank nel giorno della memoria per non dimenticare mai

 
 
 
A tredici anni, sul diario, le ragazze di oggi raccontano i loro primi amori, i batticuori le delusioni.
Anna no, a tredici anni è dovuta crescere in fretta.
Racconta le sue paure le sue angosce che non sono certo quelle che un adolescente dovrebbe avere.
Anna si deve nascondere perchè ha un unica colpa quella di essere ebrea.
Deve lottare tutti i giorni perchè non la scoprano per non finire anche lei come tanti nel lagher nazisti.
Anna non puo’ raccontare a nessuno tutto questo e si affida alla penna, quella stessa penna che porterà a noi i suoi messaggi.
CliccaLivorno riporta integralmente una pagina del suo diario perchè le sue parole devono farci riflettere e ci devono trovare tutti uniti in un unico grande impegno.
Tutto questo non deve accadere mai più.
Ciao piccola Anna perdonaci anche l’indifferenza di oggi
 
 
 
Tratto da “Il diario di Anna Frank”
Sabato, 20 giugno 1942.
Per alcuni giorni non ho scritto nulla, perché prima ho voluto riflettere un poco su questa idea del diario. Per una come
me, scrivere un diario fa un curioso effetto. Non soltanto perché non ho mai scritto, ma perché mi sembra che più tardi
né io né altri potremo trovare interessanti gli sfoghi di una scolaretta di tredici anni. Però, a dire il vero, non è di questo
che si tratta; a me piace scrivere e soprattutto aprire il mio cuore su ogni sorta di cose, a fondo e completamente.
“La carta è più paziente degli uomini”; rimuginavo entro di me questa massima in una delle mie giornate un po’
melanconiche mentre sedevo annoiata colla testa fra le mani, incerta se uscire o restare in casa, e finivo col
rimanermene nello stesso posto a fantasticare. Proprio così, la carta è paziente, e siccome non ho affatto intenzione di
far poi leggere ad altri questo quaderno rilegato di cartone che porta il pomposo nome di “diario”, salvo il caso che mi
capiti un giorno di trovare un amico o un’amica che siano veramente “l’amico” o “l’amica”, così la faccenda non
riguarda che me. Eccomi al punto da cui ha preso origine quest’idea del diario: io non ho un’amica.
Per essere più chiara debbo aggiungere una spiegazione, giacché nessuno potrebbe credere che una ragazza di tredici
anni sia sola al mondo. Neppur questo è vero: ho dei cari genitori e una sorella di sedici anni; conosco, tutto sommato,
una trentina di ragazze di alcune delle quali potreste dire che sono mie amiche, ho un corteo di adoratori che mi
guardano negli occhi e, se non possono fare altrimenti, in classe cercano di afferrare la mia immagine servendosi di
uno specchietto tascabile. Ho dei parenti, care zie e cari zii, un buon ambiente familiare; no, apparentemente non mi
manca nulla, salvo “l’amica”. Con nessuno dei miei conoscenti posso far altro che chiacchiere, né parlar d’altro che dei
piccoli fatti quotidiani. Non c’è modo di diventare più intimi, ecco il punto. Forse questa mancanza di confidenza è
colpa mia; comunque è una realtà, ed è un peccato non poterci far nulla.
Perciò questo diario. Allo scopo di dar maggior rilievo nella mia fantasia all’idea di un’amica lungamente attesa, non mi
limiterò a scrivere i fatti nel diario, come farebbe qualunque altro, ma farò del diario l’amica, e l’amica si chiamerà Kitty.
Perché la finzione del mio racconto a Kitty non sembri troppo spinta e grossolana, bisogna che prima racconti
brevemente la storia della mia vita, sebbene a malincuore.
Mio padre aveva trentasei anni quando sposò mia madre che ne aveva venticinque. Mia sorella Margot nacque nel
1926 a Francoforte sul Meno; venni poi io il 12 giugno 1929, e siccome siamo ebrei puri, nel 1933 emigrammo in Olanda,
dove mio padre fu assunto come direttore della Travies N. V. Questa è in stretta relazione con la ditta Kolen E C., che
ha sede nello stesso edificio, e di cui papà è socio.
La nostra vita trascorse in un’inevitabile ansia, perché la parte della famiglia rimasta in Germania non fu risparmiata
dalle leggi antisemitiche di Hitler. Nel 1938, dopo i “pogrom”, fuggirono i miei due zii, fratelli di mia madre, che si
posero in salvo negli Stati Uniti. La mia vecchia nonna venne da noi: aveva allora settantatré anni. I bei tempi finirono
nel maggio 1940; prima la guerra, la capitolazione, l’invasione tedesca, poi cominciarono le sventure per noi ebrei. Le
leggi antisemitiche si susseguivano l’una all’altra. Gli ebrei debbono portare la stella giudaica. Gli ebrei debbono
consegnare le biciclette. Gli ebrei non possono salire in tram, gli ebrei non possono più andare in auto. Gli ebrei non
possono fare acquisti che fra le tre e le cinque, e soltanto dove sta scritto “bottega ebraica”. Gli ebrei dopo le otto di
sera non possono essere per strada, né trattenersi nel loro giardino o in quello di conoscenti. Gli ebrei non possono
andare a teatro, al cinema o in altri luoghi di divertimento, gli ebrei non possono praticare sport all’aperto, ossia non
possono frequentare piscine, campi di tennis o di hockey eccetera. Gli ebrei non possono nemmeno andare a casa di
cristiani. Gli ebrei debbono studiare soltanto nelle scuole ebraiche. E una quantità ancora di limitazioni del genere.
Così trascorreva la nostra piccola vita, e questo non si poteva e quello non si poteva. Jopie è sempre contro di me:
«Non posso far niente con te, perché ho paura che non sia permesso». La nostra libertà è dunque assai ridotta, ma si
può ancora resistere.
La nonna morì nel gennaio 1942: nessuno sa quanto io pensi a lei e quanto ancora le voglia bene.
Fin dal 1934 ero entrata nel giardino d’infanzia della scuola Montessori, e ho poi continuato nello stesso istituto. Nella
Sesta B ebbi come insegnante la direttrice, la signora K.: alla fine dell’anno, nel separarci, eravamo molto commosse e
piangevamo tutt’e due. Nel 1941 mia sorella Margot e io fummo trasferite al Liceo ebraico, lei in quarta e io in prima.
Finora a noi quattro è andata discretamente bene. Ed eccomi giunta alla data d’oggi.
 

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